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30, Apr 2019
L’Abc del digital marketing in quindici termini

Oggi parliamo di digital marketing e senza troppi giri di parole abbiamo selezionato i 15 termini a nostro giudizio per una fruizione del tema del digital marketing. E cominciamo proprio da: il native advertising, facendoci aiutare, nello spirito dell’iniziativa, che è quello della maggiore chiarezza possibile, da Wikipedia.

Il native advertising, o pubblicità nativa, è una forma di advertising su web sotto forma di contenuto, che punta a generare interesse negli utenti assumendo l’aspetto dei contenuti del sito sul quale è ospitata. Una comunicazione che non altera l’esperienza dell’utente sia nell’aspetto che nel contenuto espresso.

La newsletter è uno strumento utile per ricevere comunicazioni, essere informati sulle novità, ottenere sconti. Dal punto di vista del marketing la newsletter è un ottimo modo per fidelizzare l’utente, perché chi la riceve ha già mostrato interesse verso il brand iscrivendosi volontariamente.

Le Dem, Direct Email Marketing, sono comunicazioni tramite posta elettronica di natura commerciale, che e spesso contengono le cosiddetyte Call to Action, ossia azioni generate da un click che fanno arrivare l’utente su una pagina dedicata a un’azione specifica, generalmente di richiesta di informazioni (tramite un form) o addirittura di acquisto di un bene o servizio.

Lo spam è l’invio indiscriminato della stessa email, spesso relativa a contenuto pubblicitario, a molti indirizzi. Non va confusa con lo scam, ossia le comunicazioni online inviate via mail, da sistemi automatizzati, con intenti fraudolenti, vera e propria frode online per ingannare attraverso meccanismi di social engineering.

Il Seo, Search Engine Optimization, è una tecnica che mira a realizzare il posizionamento “organico” di un contenuto su web, ossia fa “salire” un sito nelle pagine di ricerca Google e degli altri motori di ricerca attraverso uno studio della struttura del codice e delle parole utilizzate nel sito.

Il Sem, Search Engine Marketing, invece, è una tecnica che di marketing le keyword e gli spazi pubblicitari attraverso campagne di sponsorizzazione mirate.

L’Url, Uniform Resource Locator, è una sequenza di caratteri che identifica univocamente l’indirizzo di una risorsa in internet: un’immagine, un video o un sito web. Più semplicemente è ciò che digitiamo nel browser quando cerchiamo una pagina o un file.

Il link, invece, è un collegamento ipertestuale, che lega una parola, un’immagine o una grafica ad una seconda risorsa allocata altrove, consentendo un rapido accesso a quest’ultima con un semplice click. Ragione per cui, secondo Sternativo, è possibile dire che un link è formato da un URL ma non è vero il contrario.

Passiamo a due termini essenziali per il mercato del web marketing con parecchi punti in comune, ma che indicano due attività online ben distinte.

Si descrive come lead generation quel processo di raccolta dati degli utenti, interessati ad un certo prodotto/servizio, tramite form presenti su landing page create ad hoc.

E con landing page, si intente è una pagina web specificamente strutturata che il visitatore raggiunge dopo aver cliccato un link fornito con una Dem, o una pubblicità.

Il lead nurturing è il passo seguente alla lead generation, in quanto descrive il percorso successivo: l’obiettivo è di fidelizzare l’utente, creando un rapporto diretto, ossia “nutrendo” il contatto (da qui nurturing) attraverso una comunicazione che non ha direttamente a che fare con la vendita, ma che mira apparentemente alla cosiddetta brand awareness, la conoscenza del marchio, spesso proponendo sconti o contenuti.

Esistono poi due termini che descrivono la fruizione di contenuti online, che ormai avviene sempre più da dispositivi mobile.

Il design responsive indica che un sito web si adatta alla dimensione dello schermo, rimanendo sempre leggibile.

Il design adaptive prevede che vengano caricate diverse versioni dello stesso sito su un server, che riconosce da quale dispositivo arriva la richiesta e gli manda la versione dedicata. Si adotta questa tecnica pert migliorare la user experience.

Infine, i social. I social media sono l’insieme di applicazioni basate sul web e costruite sui paradigmi 2.0 e che permettono lo scambio e la creazione di contenuti generati dagli utenti.

Il termine social network, invece, descrive la relazione che si instaura tra persone appartenenti a una stessa rete di contatti. Al riguardo Sternativo sottolinea come sia un termine che esiste ben prima dell’avvento di Facebook.

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29, Apr 2019
5 tattiche (e 3 consigli) per investire in modo corretto su Facebook

I clienti pensano che creare una strategia di comunicazione su Facebook non comporti un vero e proprio investimento, spesso assegnano questo ruolo a chi in azienda è stato assunto per un’altra carica, senza rendersi conto dell’impegno che esso comporta in termini di tempo, professionalità e denaro.

Investire su Facebook non significa solo quantificare una cifra per l’advertising ma impiegare del denaro nell’assunzione di una risorsa specializzata, per analizzare, studiare e creare dei contenuti ideali a coinvolgere il pubblico di riferimento e migliorare il posizionamento di marca online.

Ascolto, analisi, definizione di un piano d’azione, misurazione dei risultati: per realizzare una strategia di comunicazione vincente su Facebook abbiamo bisogno di tempo, metodo, studio e dedizione, soprattutto se partiamo da zero.

Quindi, se sei pronto a commettere errori, imparare, migliorare e allenare la mente, ecco cinque possibili tattiche da seguire.

Le tattiche giuste dall’eCommerce al no-profit

  1. Hai un eCommerce e vuoi comunicare il tuo marchio attraverso Facebook? Inserisci i tuoi prodotti o servizi in vetrina e programma il catalogo.  La prima ti permetterà di taggare i prodotti sia su Facebook che su Instagram, il secondo ti darà la possibilità di attivare delle campagne di remarketing.
  2. Hai un brand e più punti vendita (magari in franchising) sparsi in una determinata area? Richiedi l’attivazione di Facebook Location. In questo modo la pagina madre sarà quella del marchio, le pagine località dedicate una ad ogni negozio con proprie informazioni dettagliate e un piano editoriale unico o differente a seconda della scelta comunicativa. In questo modo potrai realizzare delle campagne pubblicitarie di traffico nel punto vendita.
  3. Per fidelizzare e fare up-selling, apri un gruppo Facebooklegato alla tua pagina commerciale. Ricorda di impostare correttamente la privacy del gruppo (chiuso o segreto) in modo tale da garantire esclusività d’accesso a coloro che già sono entrati in contatto almeno una volta con l’azienda.
  4. Potrai sfruttare questa strategia anche per le pagine di community no-profit o associazioni culturali. In questo caso il gruppo sarà aperto, tutti potranno iscriversi (soci o non ancora soci a seconda della strategia) rispondendo a delle semplici domande d’accesso che ti permetteranno di acquisire qualche informazione in più sull’utente in questione e iniziare a creare database di contatti.
  5. L’azienda è una multinazionale che opera e ha sedi in tutto il mondo? Apri delle pagine global dedicate una ad ogni continente/nazione a seconda della lingua parlata. Nella maggior parte dei casi, la principale attività da poter svolgere è quella di customer care. Attraverso l’attivazione di un chatbot è possibile garantire assistenza ovunque e guidare l’utente verso la soluzione in tempi ragionevoli. Obbiettivo principale: migliorare la customer satisfaction.

Articolo tratto www.ninjamarketing.it

Per eventuali consulenza in materia scrivere a [email protected]

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27, Apr 2019
L’ascesa di TikTok: perché non dovresti ignorare quest’app?

Mai perdere di vista i trend in crescita nel settore social media marketing, chi lavora in questo campo deve a tutti i costi lavorare su due fronti: migliorare ciò che conosce per ottimizzare i risultati e valutare nuovi scenari. Come, ad esempio, TikTok. Non ne hai sentito parlare? Strano!

Forse non rientra nei tuoi interessi ma tra gli utenti della Generazione Z è sicuramente una delle realtà più diffuse. E dovresti approfondire anche tu questo tema se vuoi essere allineato con le moderne tendenze del social media marketing. Ti ho incuriosito? Perfetto, ecco un’app che non devi perdere di vista se lavori con visual storytelling e video content marketing.

Cos’è, cosa fa e a cosa serve TikTok

Andiamo subito al sodo con una definizione di questa realtà: TikTok è un’app, legata a un social network cinese, per creare e condividere video di 15 secondi. Le clip che puoi confezionare sono un mix di visual, musica, effetti audio e adesivi disponibili gratuitamente. Come funziona?

Il meccanismo è simile a quello di tanti progetti – Instagram, Vine, Snapchat – e il formato è verticale. Vale a dire perfetto per un uso esclusivamente mobile, come è giusto che sia.

Hai a disposizione un’ampia scelta di filtri per modificare i video e lavorare su un parametro che accomuna tutte le piattaforme simili: l’engagement. Vale a dire il coinvolgimento dei follower che possono seguire i vari account iscritti al servizio. Puoi iniziare su www.tiktok.com

Diffusione virale di quest’applicazione

Oggi stiamo parlando di TikTok soprattutto perché si registra una grande evoluzione dell’app in questione. I motivi che si nascondono dietro il suo successo? Rapidità, immediatezza.

Ma anche facilità d’uso: ti iscrivi e usi gli strumenti che oggi funzionano per la comunicazione online. Sto parlando di quel mix di testo, audio e video che viene sviscerato dallo stream di una qualsiasi piattaforma che si adatti allo schermo di uno smartphone. I dati parlano chiaro.

Stiamo parlando della terza app più scaricata. Secondo Sensor Tower, nel dicembre 2018 l’app ha raggiunto 75 milioni di nuovi utenti in tutto il mondo grazie al download su App Store e Google Play, con una crescita molto interessante rispetto ai 20 milioni di dicembre 2017.

E chiunque si occupi seriamente di SMM non può ignorare queste percentuali. Soprattutto se vengono arricchite con i dati presi dalla ricerca che cerca di rispondere a un’altra domanda.

Gli utenti TikTok: oltre gli adolescenti

Chi sono gli appassionati di quest’applicazione? È un dubbio sacrosanto per chi deve investire tempo e risorse in una strategia di web marketing che contempli anche TikTok. Allora, le indicazioni di en.lab.appa.pe sono molto interessanti, ecco un estratto grafico da valutare.

Gli utenti iscritti a TikTok sono principalmente di genere maschile: rappresentano il 56% della base che ha scaricato l’app. La fascia d’età più diffusa è quella degli adolescenti, i teenager (21%), seguiti dai ragazzi di vent’anni (14%). Uno scenario tutto sommato ipotizzabile, ma c’è una sorpresa: i quarantenni rappresentano una fetta interessante degli iscritti con un sonoro 10%.

Ma cosa fanno queste persone su TikTok? Intrattenimento costante, se non altro perché i dati della ricerca appena citata parlano di una presenza quasi spasmodica sull’app che viene attivata, in media, 43 volte al giorno. Calcola che su Twitter si parla di un valore pari a 16…

I marketer dovrebbero valutare TikTok?

Ogni canale è una mini-TV social dove vengono pubblicati video che raccontano gli interessi di una persona: non si legge, non c’è bisogno di seguire un filo logico. TikTok è solo leisure, la nuova app del flaneur contemporaneo che passeggia annoiato tre le strade della metropoli digitale alla ricerca di quell’evento capace di attirare la sua attenzione in un modo sempre uguale.

In questo contesto possono inserirsi le aziende, i brand. Con metodi e strategie differenti. Proprio come fa McDonald’s Malesia che ha aperto una sfida, caratteristica chiave della piattaforma.

Scarichi l’app e inizia a registrare video ballando e cantando su brani Big Mac. Funziona? Ed è adatto a tutti? Ancora presto per dirlo, ma stiamo iniziando a raccogliere i primi case studi di visual storytelling su TikTok. E non dovresti ignorare le occasioni offerte da questo mezzo.

Da leggere: Snapchat e le potenzialità per il tuo brand

Hai già iniziato a usare quest’app visual?

So già cosa stai pensando: non hai tempo per occuparti anche di TikTok. Devi pianificare le campagne di Facebook Advertising, aggiornare il blog aziendale, definire il calendario editoriale di Instagram, cercare di capire se c’è ancora spazio per Pinterest e Snapchat nella tua attività di visual marketing. Ma un consiglio voglio dartelo: prendi in considerazione il trend positivo.

C’è la possibilità di cavalcare l’interesse per un canale nuovo, non ignorare la forza che ha un’applicazione del genere per raggiungere il tuo target. Sei d’accordo con la mia idea?

P.S. Vuoi davvero imparare il web marketing?

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26, Apr 2019
Influencer, istruzioni per l’uso: i possibili vantaggi per l’azienda

Siamo nell’era del ‘Digital ergo sum’. Tutto passa dal Digitale. L’innovazione, l’Industria 4.0 e anche, per certi versi innanzitutto, la comunicazione. E questo mondo è il regno degli influencer, che da fenomeno glamour e di massa stanno diventando sempre più dei protagonisti anche nel campo degli affari: oggi la comunicazione attraverso gli influencer in ambito Business è già più che una realtà.

L’obiettivo è trasformare i contatti online da estranei in amici, da amici in clienti, e poi in clienti fedeli. Non è semplice, ma se riesce, può essere molto vantaggioso, e remunerativo. Perché “qualunque sia il tipo del vostro Business o le dimensioni della vostra azienda, nell’epoca Digitale e dei Social, se qualcuno vuole capire chi siete e cosa fate, oppure cerca informazioni su di voi, lo farà su Internet. Noi stessi e il nostro Business siamo quello che su di noi si può trovare online”, rimarca Lino Garbellini nel suo libro Professione influencer (192 pagine, 17,60 euro, Tecniche Nuove).

Certo, chi prende decisioni di Business difficilmente si fa condizionare da un Post su Instagram, ma divora invece statistiche e studi di settore, si informa continuamente, molto online, e soprattutto chiede pareri e valutazioni. Autorevoli. Per questo, argomentazioni approfondite, un forte rapporto di fiducia, dati e opinioni affidabili caratterizzano l’influenza sul Web e gli influencer, in ambito Business. E l’influencer nel b2b non è un Vip, ma qualcuno che si è fatto conoscere per la propria competenza professionale: consulenti, esperti Hi-tech, evangelist, imprenditori.

Chi è l’influencer?

Ma chi è, più in generale, un influencer? Colui che, attraverso la sua popolarità sui Social network, esercita un influsso sulle scelte del suo pubblico di lettori, i Follower (come riporta anche il dizionario Zingaretti nell’edizione 2018). Concetti e valori chiave, per ogni influencer che si rispetti, sono innanzitutto reputazione, credibilità, autorevolezza.

La gestione delle Community online è sempre più importante e cruciale, e solo la costruzione di una strategia di Community Relations, o meglio ancora di Community Relationship Management, permette alle aziende e agli influencer stessi di valorizzare le loro relazioni. E di trasformarle in valore, nuovi progetti, contratti, vendite, fatturato. Molte aziende hanno bisogno di investire forti budget in comunicazione Social e in attività di ‘engagement‘, di coinvolgimento di clienti, potenziali clienti e altri interlocutori coinvolti nelle attività e negli affari. E l’influencer è sempre più spesso uno dei protagonisti di queste attività e strategie.

“Gli influencer b2b sono persone di alta credibilità, hanno un seguito importante e strategico non per numero di Follower ma per la loro efficacia nel lavoro e nei fatti, i loro Post su Social e Blog vengono seguiti con attenzione e condivisi”, sottolinea Garbellini.

Che spiega: “per quanto riguarda i contenuti, da veicolare e diffondere attraverso i canali digitali, è necessario un giusto compromesso in grado di attirare l’attenzione della platea di lettori e di essere da loro fruibile, ma occorre anche un livello maggiore di approfondimento rispetto ai classici contenuti Social”.

Un modo per andare incontro a queste esigenze è ad esempio quello di utilizzare statistiche e infografiche, oppure brevi video per divulgare argomenti e documentarli con immagini, con l’illustrazione dei loro meccanismi, dati e percentuali.

Instagram for Business, da tendenza a esigenza

Se il mercato degli influencer su Instagram nel 2017 ha raggiunto il miliardo di dollari a livello mondiale, le previsioni in appena un biennio sono di una crescita di oltre il 100% per il 2019, con una stima di 2,3 miliardi di dollari come giro d’affari complessivo. Segno che la tendenza funziona, e da Trend si sta trasformando sempre più in una esigenza diffusa.

La piattaforma di Instagram si adatta facilmente a diversi settori di Business, è facile e immediata nel suo utilizzo, e in genere la percezione che spesso ne hanno gli utenti è di una minore superficialità (in realtà tutta da dimostrare) dei suoi contenuti rispetto a Facebook. Come dire, un ‘ambiente’ del Web più adatto alla comunicazione aziendale e professionale.

Novità ancora recente di Instagram, poi, è l’IGTv, canale online che consente di caricare video di durata fino a un’ora, una soluzione che in prospettiva potrebbe rivelarsi molto interessante per il Business e le aziende.

Influencer marketing b2b

L’influencer marketing b2b, l’attività di promozione e comunicazione rivolta al mondo dei professionisti, società e aziende, richiede sforzi maggiori rispetto a quello del mercato Consumer, soprattutto per quanto riguarda le strategie, innanzitutto perché si dedica a una platea specializzata e con solide basi per analizzare e valutare ciò che gli viene proposto.

Ma l’influencer marketing b2b, se ben fatto e sviluppato nel corso del tempo, è in grado di dare importanti soddisfazioni. In questo campo, vengono utilizzati in prevalenza canali digitali come Twitter e LinkedIn, poco adatti alla comunicazione generica con i consumatori, ma ideali nel contesto delle imprese.

Sia l’azienda stessa sia chi ci lavora possono essere considerati creatori di contenuti e ‘influenzatori’: dall’amministratore delegato all’impiegato, possono essere tutti interessati e coinvolti da questo punto di vista e da questa attività (una grande realtà di Business che ha già utilizzato i propri professionisti e dipendenti nell’influencer marketing è ad esempio Banca Intesa).

Aziende e affari, il regno dei micro-influencer

Nel mondo del Business to business e delle imprese, “a fare gli influencer non sono Vip e celebrità del grande pubblico, stile Chiara Ferragni o Belen Rodriguez, ma sono consulenti, esperti Hi-tech, imprenditori, manager”, rileva Garbellini. Sono i cosiddetti micro-influencer, vale a dire specialisti che si rivolgono a una platea non di massa, ma di altri professionisti e addetti ai lavori come loro: un pubblico quindi necessariamente più ristretto rispetto a quello delle Star dei Social, ma molto più focalizzato e specifico.

Non solo vacanze e cucina, ma Business Blog

Il fatto che l’azienda stessa possa essere ritenuta dall’audience Business una fonte autorevole, la spinge a una comunicazione e narrazione in cui Blog e Social possono diventare uno strumento centrale.
Un Business Blog ha una funzione diversa da quella del sito Web aziendale: il sito è più statico, il Blog racconta l’azienda in maniera più dinamica e diretta, può contenere anche News su clienti e fornitori, e quelle sui nuovi prodotti. Questa piattaforma consente all’azienda un passo oltre la semplice presenza in Rete, è un Media che permette di accorciare le distanze con clienti, fornitori e partner. Il Blog è quindi essenziale per affrontare un mercato sempre più complesso e che si muove su Internet.

Lavorare con i ‘creatori di contenuti’

Perché può essere vantaggioso lavorare con gli influencer? Innanzitutto, per comunicare in maniera nuova, attuale e dinamica. Poi, per le aziende gli influencer posso essere un modo efficace per raggiungere il proprio mercato e i propri interlocutori dove si trovano più spesso, ovvero sul Web.

Questi creatori di contenuti vedono e raccontano l’azienda da un’altra angolazione rispetto a quella interna e abituale, parlano con una ‘voce’ diversa da quella solita aziendale, in una modalità più personale, meno istituzionale e ingessata. È anche un modo per raggiungere un pubblico più ampio, o nuovi settori di mercato.

Per trovare l’influencer adatto, una delle cose più importanti è capire i propri obiettivi, il tipo di marketing o di attività da sviluppare, la propria presenza in Rete e gli scopi da perseguire. Anche perché, in genere, il rapporto con gli influencer è a lungo termine, come quello con il proprio pubblico e mercato.

Data Driven influencer

Machine learning e Intelligenza artificiale stanno già condizionando, e lo faranno sempre di più in futuro, anche la comunicazione Digitale e le prospettive degli influencer. Il cosiddetto Data Driven influencer, ovvero scelte e strategie Web, Social e con creazione di contenuti dettate da algoritmi, sono la nuova frontiera da varcare e la nuova strada da percorrere: soprattutto nel mondo e nella comunicazione di Business, progetti, strategie, scelte e soluzioni sono e saranno condizionati dai dati e dall’Artificial intelligence in grado di usarli al meglio.

Per tutti questi motivi, in un panorama sempre più complesso, non c’è spazio per l’approssimazione, ma vince la strategia migliore.

Articolo tratto da: www.innovationpost.it

Per eventuali consulenze in materia scrivi a [email protected]

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23, Apr 2019
MARKETING LEGALE: Il senso di appartenenza nel web marketing legale

Lo studio legale è chiamato a fare un salto epocale: deve passare dal non essere affatto presente sul web a saperlo gestire con le dinamiche del 2019 e non con le dinamiche degli anni ’70 del web televisione, che comunica in modo unidirezionale. Esperienza, appartenenza, relazione, fiducia, gruppi chiusi, conversazioni e scambio dovranno essere le parole chiave.

Ciò che gli studi legali stanno vivendo è per loro una vera rivoluzione, ma per il resto del mondo business il web marketing è una formula testata e già per certi versi obsoleta. Questo quantomeno per ciò che riguarda l’uso dei social network. Solo da poco gli studi si stanno affacciando al social marketingmediante l’utilizzo delle piattaforme social, in particolare LinkedinFacebook e Twitter, quando molti grandi brand li stanno addirittura abbandonando. Pensate al colosso inglese dei cosmetici Lush, oppure dalla catena di birrerie Wetherspoon, solo per citarne alcuni. Perfino i ragazzi non utilizzano più Facebook, preferendo la piattaforma Instagram. Certo, noi non vendiamo cosmetici o birre – mi potreste dire – ma fidatevi che nel nuovo mondo del web il servizio o il prodotto non è più così determinante per le dinamiche relazionali, quanto l’esperienza che facciamo vivere al nostro pubblico. Le persone che navigano sul web cercano di instaurare una relazione con i brand, cercano senso di appartenenza, dove i propri valori e il proprio stile trovi riscontro.

La comunicazione degli studi legali – laddove c’è, perché oltre l’80% degli studi non ha un sito internet e non comunica affatto – è ancorata agli albori della comunicazione, dove l’importante era far conoscere il prodotto. Questa fase del marketing è quella che il prof. Philip Kotler, papà del marketing mondiale, definisce marketing 1.0. Nella sua storia del marketing – se volete potete trovare il mio intervento su Youtube al Philip Kotler Marketing Forum “Storia del marketing” –

https://www.youtube.com/watch?v=BPipzG2zK-M – dove i mezzi di comunicazione erano scarsi e le persone per poter scegliere avevano bisogno di conoscere i prodotti; siamo però negli anni ’70, quindi quasi mezzo secolo fa. Oggi tutto può mancare, ma non certo i mezzi di comunicazione. Internet permette a chiunque, senza costi, di entrare in contatto con qualunque informazione. Oggi la sfida è saper scremare le fake news da quelle vere; oggi la sfida per chi cerca è districarsi tra le informazioni.

E per chi offre servizi quale sarà la sfida oggi?

La vera sfida è lasciare il segno, distinguersi, rimanere impressi nella mente delle persone. Ciò che il settore legale deve capire è che questo effetto non lo si ottiene semplicemente comunicando qualcosa, magari anche di valore ogni tanto. Il web è relazione e non toccata e fuga. Anche gli studi più blasonati non sanno comunicare, perché sono fuori tempo: applicano strategie che sarebbero andate bene negli anni ’70, non oggi. Oggi bisogna capire a chi ci si rivolge e chiedersi cosa vogliono davvero sapere e ancora di più come lo vogliono fruire. Che il pubblico sia costituito da persone fisiche o da aziende, che sia l’imprenditore o il legal counsel, non vuole semplicemente avere la notizia, quella la trova dappertutto; vuole instaurare un rapporto di fiducia, vuole relazionarsi, magari dicendo la sua, chiedendo e testando l’informazione.
Proprio perché il web è immenso, abbiamo bisogno di fattori di contenimento, siamo esseri umani dopo tutto, anche sul web. Abbiamo l’esigenza di creare abitudini relazionali, di avere un posto abituale e fidato dove reperire le informazioni, di avere un posto dove possiamo rilassarci, magari con volti conosciuti e community con cui abbiamo qualcosa che ci accomuna.
Lo studio legale è quindi chiamato a fare un salto quantico: deve passare dal non essere presente sul web a saperlo gestire con le dinamiche del 2019 e non degli anni ’70, con il web televisione che comunica in modo unidirezionale. Esperienza, appartenenza, relazione, fiducia, gruppi chiusi, conversazioni e scambio dovranno essere le parole chiave.

Articolo tratto da www.4clegal.com

18, Apr 2019
E allora il Pd? Quattro esperti su politica e social network

È sempre vero che al successo sui social corrisponde consenso nelle urne? E di fronte all’uso spregiudicato dei social da parte di personaggi come Matteo Salvini e Luigi Di Maio, la sinistra deve inseguire o trovare una via nuova e diversa di utilizzare la potenza del web? Dopo l’inchiesta de L’Espresso, abbiamo chiesto a quattro esperti di ragionare su politica e social network nel 2020. Ecco i loro contributi:

Dino Amenduni – Socio e comunicatore politico di Proforma
Niente panico. Non esiste una correlazione diretta tra consenso social e consenso reale. Non si spiega, altrimenti, come un partito così strutturato in quanto a presenza sui social sia riuscito a perdere più di 10 punti di consenso in un anno, almeno stando ai sondaggi. Non esiste nemmeno una correlazione diretta tra engagement e consenso reale, altrimenti (per citare un esempio presente nell’articolo su L’Espresso) Silvia Sardone sarebbe una sorta di segretaria in pectore di Forza Italia e non è così. Quindi è poco utile lasciarsi impressionare da classifiche e dati meramente quantitativi.
Ciò detto, il ritardo del Pd esiste ed è inutile negarlo. Ma è un ritardo organizzativo e politico, prima che comunicativo. Non si capisce, per esempio, per quale motivo non si possa partire, nella costruzione delle reti digitali, da quella parte di elettorato delle Primarie del 2019 che ha uno smartphone in mano o un account FB. La risposta, in realtà, è tristemente semplice: perché l’elettorato delle Primarie, in troppe sezioni elettorali, non è stato ‘cablato’, chiedendo nome, cognome, mail.
E ancora: i contenuti con maggiore engagement sono quelli in cui la linea politica, per quanto possa essere disprezzabile, è espressa in modo chiaro: il successo di Salvini sta prima di tutto nella sua capacità di aver creato un circolo virtuoso tra dichiarazioni nette, copertura sui mezzi tradizionali e consenso di rimbalzo sui social. In parallelo a un lavoro di ricucitura organizzativa del partito, che favorirebbe la distribuzione dei contenuti sui social, appare ancora più indispensabile un lavoro sui temi e sulle proposte: la nettezza paga, gli avversari insegnano.

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Sara Bentivegna – Docente di Comunicazione politica a La Sapienza
Nel 2019 i social media e le relative metriche sono diventati qualcosa di profondamente diverso rispetto al passato. Se alcuni anni fa, nelle campagna del 2013 o anche del 2018, i social potevano essere considerati indicatori di popolarità di partiti e leader, oggi hanno perso questa loro capacità evocativa. I dati su like e follower ci dicono che Salvini è attualmente il politico più popolare in Italia? La risposta è che lo sapevamo già, perché quei numeri sono lo specchio di dinamiche più ampie.

Oggi invece come possono essere rilevanti i social media in una campagna elettorale? Ancora una volta, tornando alle origini, a dimensioni meno visibili ma che qualificano l’azione sui nuovi mezzi: innanzitutto l’organizzazione dal basso dei soggetti che vogliono contribuire, nella classica modalità grassroot che piuttosto che creare qualcosa di organizzato, fa sorgere attenzione ed effervescenza.

L’altro elemento, quello meno considerato ma che davvero può fare la differenza, è utilizzare i social media come una incredibile occasione di ascolto, non con dati banali su like e follower ma analizzando il tipo di conversazioni che si attivano, perché questo consente di andare oltre la rappresentazione offerta dai media tradizionali. Che senso ha nel 2020 fare l’elenco dei più pop? Un autorevole settimanale che dedica a questo 8 pagine: è questa la vera notizia.

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Mario Rodriguez – Consulente e docente di Comunicazione politica
Sicuri che quello che accade sul web determini il comportamento elettorale? Davvero il numero dei post giornalieri (la web propaganda) misura l’efficacia di un politico o piuttosto è l’indicatore di una sintonia culturale con il tempo che si vive?
Sono le interazioni sul web che generano consenso o viceversa la condivisione di senso genera le interazioni? Questa è una storia già vissuta ai tempi di Berlusconi e si dimostrò che non erano i tg Mediaset a costruire il consenso di Berlusconi ma viceversa era questo consenso che spingeva all’ascolto di quei tg.
La comunicazione efficace costruisce senso e motiva all’azione e questa può essere una interazione sul web, la risposta a un sondaggio o un voto elettorale. Ma il processo di costruzione di senso, unico per ogni individuo, per ogni sistema psichico, impasta gli stimoli che si ricevono con la propria esperienza di vita. È questa chimica particolare che va analizzata e compresa. Tenendo conto della unicità degli individui e quindi della non esistenza di una generalità di cittadini che hanno le stesse quantità di informazioni, le stesse capacità cognitive, le stesse attitudini e disponibilità verso la formazione di un’opinione cioè entrare in una relazione comunicativa (che sia politica e meno poco conta).
Allora, come si forma nella nostra società webbizzata il clima di opinione? Elemento centrale è ancora il sistema dei media e la tv in primo luogo. Il fatto nuovo è che il web ha modificato l’ambiente (i social non sono un medium) e il sistema mediatico vero e proprio costruttore della realtà sociale oggi guarda la realtà attraverso il web. Sono i media che hanno attribuito al web il ruolo di specchio della realtà. E così l’opinione pubblica, cioè l’opinione (la propria) che il sistema mediatico rende pubblica, è diventata soprattutto quello che accade nell’ambiente social. Il problema della nostra società mediatizzata è quindi soprattutto un sistema mediatico che si rappresenta come interprete della realtà/verità e che in questo modo considera ciò che accade sui social la fonte primaria attraverso la quale interpretare la realtà.
E così la panna cresce. Il circuito si autoalimenta.
Ma sui social si interagisce tra già convinti. Questo può accrescere la consistenza di una convinzione e forse aumentarne la capacità attrattiva o mettere in difficoltà quelle concorrenti. Ma questo avviene solo se esistono nella società le condizioni per la costruzione di quel significato. Se quel senso risponde ad un bisogno già presente e diffuso. Il problema è quindi come ci censiscono, come si intercettano i bisogni emergenti o in formazione che chiedono di essere riconosciuti, identificati, rappresentati.
Certo chi sa vivere il tempo della autocomunicazione di massa, chi non considera la politica diventata pop sinonimo di populismo (in accezione deteriore), chi non vive i social come un volantino webizzato ma come un modo autentico di offrire se stesso ai processi di significazione diventa più efficace. È questa a mio parere la sfida tutta culturale, qualitativa e non quantitativa, che il Pd e la sua nuova leadership hanno di fronte. E non credo che la metrica del web adottata da l’Espresso indichi la strada preferibile.

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Lorenzo Pregliasco – Fondatore Quorum/YouTrend e docente Università di Bologna
L’analisi pubblicata dall’Espresso certifica la primazia di Matteo Salvini nell’arena della comunicazione politica italiana sui social, non solo per via del numero di fan e follower ma anche per la presenza di una comunità molto attiva e mobilitata che reagisce e interagisce diffusamente con i post del ministro dell’Interno. Come osserviamo nel volume “Fenomeno Salvini” (Castelvecchi), il leader della Lega è anche il politico che scrive di più su Facebook, con una media di circa 11 post al giorno nell’arco del 2018.
D’altra parte appare interessante il posizionamento di Di Maio, al secondo posto dietro Salvini come portata complessiva. Il vicepremier 5 Stelle in questa fase sembra preferire i media tradizionali alla rete quando si tratta di prendere le distanze dall’alleato di governo.
Sul fronte del centrosinistra, le metriche social della nuova leadership di Zingaretti sembra scontare il pochissimo tempo trascorso dalla sua elezione – appena quaranta giorni – e sarà dunque da osservare con attenzione lo sviluppo della sua strategia, in vista delle Europee e dopo il voto del 26 maggio.